Anfiteatro flavio

Pozzuoli

Fino agli scavi archeologi iniziati nel 1993 sulla rocca puteolana del Rione Terra, in concomitanza con l'intervento regionale di restauro e valorizzazione del Rione Terra, poco o nulla si conosceva della più antica colonia romana di Puteoli, dedotta su quel promontorio alla fine del II sec. a. C.

L'esplorazione archeologica, ancora in corso, ha permesso di portare alla luce buona parte del tessuto urbano di quella che, tra le colonie dedotte dai Romani nel 194 a. C. durante la guerra annibalica, con scopi certo militari ma anche commerciali, era destinata a diventare il porto di Roma e, dunque, uno dei maggiori porti d’Italia e uno degli scali principali del Mediterraneo, ruolo che la città mantenne almeno per quattro secoli, dal II sec. a. C. a ben oltre il II sec. d. C. e la fondazione dei porti imperiali di Claudio ad Ostia e di Traiano a Portus, alla foce del Tevere.

Questo ruolo era potenziato anche da una eccezionale posizione geografica, che consentì alla città di sfruttare al massimo i commerci nel Mediterraneo occidentale, con un intenso traffico marittimo di merci provenienti dalla Sicilia, dall’Africa e dall’Oriente, che andavano a rifornire Roma, soprattutto con il grano, trasportato su navi speciali, le naves tabellariae.

Le fonti antiche, e in particolare il geografo greco Strabone, (nato ad Amasea nel Ponto prima del 60 a. C. e forse ivi morto, intorno il 20 d. C., di cui ci resta una “Geografia” in 17 libri), ci raccontano che un gruppo di profughi provenienti dall’isola greca di Samo, che avevano abbandonato per sfuggire alla tirannide di Policrate, erano arrivati sulle sponde del Tirreno, in quello che era allora il golfo di Cuma, chiedendo ospitalità ai Cumani, che avevano loro permesso di insediarvisi. Poiché Strabone ci racconta che la loro città, chiamata”Dicearchia” (città della giustizia), in chiara opposizione al regime tirannico della loro madre patria, era fondata su di una rupe, si è sempre pensato che questo insediamento samio, del VI secolo a. C., si trovasse sul Rione Terra. Gli scavi archeologici, tuttavia, non hanno portato alla luce nessuna testimonianza di Dicearchia, tanto che si suppone oggi che questa, se mai realmente esistita, si trovasse su di un altro promontorio, forse oggi sommerso a causa dei fenomeni bradisismici.

Puteoli nacque a ridosso del porto che era già servito ai Romani sin dal 215 a. C., per far giungere i rifornimenti di grano dalla Sardegna e dall'Etruria. La scelta del dominio diretto con l'impianto ed il potenziamento del porto di Pozzuoli, l'istituzione di una praefectura Capuam Cumas nel 211 a. C., la costruzione della rete delle strade extraurbane, lungo le quali si snodavano imponenti necropoli, si configurano come elementi di un unico progetto politico, volto a trasformare questa area strategica della Campania in una propaggine di Roma.

All'esterno del promontorio del Rione Terra, l'evidenza più antica di età repubblicana è senza dubbio quella del più antico Anfiteatro, ubicato ai margini tra l'Emporio (denominazione attribuita da Cicerone ai quartieri portuali a ridosso del porto), il Rione Terra e l'agro centuriato. Ma già in quell’epoca la città si era fortemente espansa, come testimoniano le numerose strutture in reticolato sulla terrazza a monte del promontorio del Rione Terra, in diretta espansione del nucleo cittadino ma, anche, i rinvenimenti di numerosissime ville ed edifici a carattere sepolcrale in tutto il territorio, compresa la fertile piana dell’odierna Quarto, attraversata dalla via Puteolis-Capuam e costituente il retroterra agricolo di Puteoli già in età augustea malgrado si sia ritenuto, sino a pochi anni fa, che solo più tardi, con l’imperatore Vespasiano, quella parte del territorio sia stata fortemente antropizzata.

La città si estese rapidamente lungo la costa sino al lago di Lucrino, in una continuità ininterrotta di banchine e depositi commerciali chiamata "ripa Puteolana", oggi sommersa a causa dei ricordati fenomeni bradisismici, dove transitavano le immense quantità di merci necessarie per consentire lo sviluppo della capitale dell'Impero.

La poderosa gettata del porto di Puteoli, l'opus pilarum, è uno dei momenti fondamentali nell'evoluzione dell'ingegneria portuale dall'Antichità ai giorni nostri. Inglobata nella massicciata del molo moderno e ancora oggi nota come “caligoliano”, ancorché risalente a età augustea, in ricordo del ponte di barche fatto costruire da quell’imperatore, l'antica gettata costruita allo scopo di difendere il bacino del porto dai venti e dal mare di scirocco, si componeva di quindici giganteschi pilastri, pilae. Queste ultime, in opera reticolata, sono state costruite direttamente in acqua, grazie all’utilizzo di una malta particolare di natura vulcanica, la ben nota “pozzolana”, ricordata anche da Vitruvio, il più famoso teorico dell'architettura romana.

La larghezza del molo era di m 15-16 e la lunghezza complessiva di m 372; all'estremità erano l'arco trionfale, due colonne con simulacri di divinità e, forse, il faro, quali sono schematicamente disegnati su tutte le fiaschette vitree di età tardo-antica, una sorta di “souvenirs” di viaggio, che rappresentano la città vista dal mare, con tutti i principali monumenti indicati da didascalie.

Con l’ imperatore Augusto, il volto della città cambia completamente, giacché l’imperatore realizzò un processo di monumentalizzazione che trasformò anche Puteoli, come Roma, da città di mattoni in città di marmo, come ci racconta l’ erudito e biografo latino Svetonio, nato intorno al 69 d. C., nelle sue “Vite dei Cesari”, da Cesare a Domiziano, in 8 libri (Aug., XXVIII, 3). Questo processo di monumentalizzazione, la cui principale testimonianza puteolana è il marmoreo tempio cd. di Augusto, sulla rocca del Rione Terra, è la più evidente manifestazione della restaurazione ideologica imposta dall'imperatore non solo a Roma. E, sul modello urbano, la città si estende ancora e viene divisa, sotto il profilo amministrativo, in RegionesVici, mentre si registra anche un notevole ampliamento del territorio della nuova colonia. Il fiorire da un lato di tante strutture in opera reticolata sia di impegno monumentale che con carattere di edilizia privata residenziale e, dall'altro, la grande opera di risistemazione di tutto il territorio campano che le fonti attribuiscono ad Augusto, costituiscono chiare testimonianze della circostanza che la città non avrebbe potuto mantenere gli stessi confini della primitiva colonia repubblicana sul Rione Terra.

La terrazza mesourbana destinata ad accogliere, nella piena età imperiale, le grandi moli dell'anfiteatro maggiore e delle terme, è impegnata in età augustea da poche strutture a carattere per lo più abitativo o commerciale, mentre densamente impegnato, da costruzioni anche di grande mole, risulta invece il settore sud-orientale della città e il Rione Terra, dove si monumentalizza il foro di età repubblicana costruendovi una serie di edifici a carattere pubblico.

Nel 60 d. C. Puteoli ottenne da Nerone, come ci racconta lo storico romano Tacito (forse 55 circa - 120 circa), lo stato e la denominazione di colonia, condizioni giuridiche necessarie per una sua ristrutturazione. Studi recenti hanno cercato di porre in risalto il ruolo svolto da Nerone nel nuovo, imponente riassetto urbanistico che le evidenze monumentali testimoniano a Pozzuoli tra la fine del I ed il II sec. d. C., come dimostra, sempre al Rione Terra, la costruzione di grandi porticati in laterizio lungo tutte gli assi viari, così come a Roma dopo l’incendio del 64 d. C., e di attribuirgli non solo la costruzione del famoso molo noto come "caligoliano", ma anche quella dell'Anfiteatro Maggiore.

Come prova di quest'ipotesi viene ricordata la dedica di statua a Cassio Cereale - proveniente dal foro transitorio, magistrato e primo curator operum publicorum et locorum di Pozzuoli -, in cui si nominano un Cesare, il cui nome abraso potrebbe essere quello di Nerone, ed un anfiteatro che potrebbe essere quello maggiore.

E' evidente in ogni caso che la deduzione della colonia da parte di Nerone deve avere comportato dei benefici per la città; va ricordato, a questo proposito, il celebre progetto neroniano del canale navigabile scavato tra il Lucrino, l'Averno ed il Tevere, opera in parte effettivamente realizzata.

Ad età flavio-traianea, come recenti studi hanno confermato, va ascritta invece la realizzazione del Macellum, il grande mercato alimentare della città.

Con Adriano e gli Antonini continua il fervore edilizio con la realizzazione di opere imponenti, ma la più notevole tra le imprese di quest'epoca, tutte attribuibili ad interventi diretti dell'autorità centrale, è senza dubbio la realizzazione dello Stadio, nel suburbio occidentale della città, servito dalla via Domitiana.

Con l'età severiana, forse anche per un esaurirsi della disponibilità di spazi edificabili all'interno della città, assistiamo soprattutto ad interventi di restauro, a volte anche di notevole impegno. I segni della continuità di vita della città in età tardo-romana sono rintracciabili anche al di fuori del Rione Terra, e non vanno dimenticate le ville, anche imponenti, che possedevano a Puteoli, ancora nel IV sec. d. C., molti personaggi importanti dell'aristocrazia senatoria, come la residenza sul Monte Gauro dei due Nicomachi Flaviani, cui si deve la realizzazione di molte delle opere pubbliche fatte eseguire in età tardo-antica, come il restauro della ripa e della basilica Alexandriana.

Sono queste le ultime testimonianze della vitalità e dell'importanza di Pozzuoli.

Con il secolo successivo, e le incursioni barbariche che, come quella di Alarico nel 410 d. C., l'hanno devastata, la vita della città tornerà a ridursi nel perimetro della sola acropoli del Rione Terra, là dove la sua storia era cominciata.

Pozzuoli